La mia vita da zucchina (2016) – Recensione del film

by EducataMente

La mia vita da zucchina, un film per raccontare la vita di alcuni piccoli bambini “orfani“ in una casa famiglia. Un racconto verosimile di questa realtà: ci sono gli eventi traumatici vissuti dai bambini, ci sono gli abbandoni, ci sono i sintomi e le reazioni post-traumatiche. Ma ci sono anche figure positive e benevole che fanno scoprire ai bambini cosa significa prendersi cura.

La mia vita da zucchina: la trama

Zucchina – così lo chiama la mamma, vero nome è Icar, ha 9 anni. Viveva con la mamma alcolizzata e trascorreva il tempo in una soffitta giocando in solitudine con lattine di birra vuote. A seguito di un incidente in casa perde la mamma. Il papà lo ha abbandonato da tempo, unica traccia è il disegno che Zucchina ha fatto di lui su un lato del suo aquilone. Un poliziotto accompagna il povero Zucchina in una casa-famiglia.

All’inizio, resterà chiuso nel suo dolore, lentamente si aprirà alla vita della piccola casa famiglia ove è capitato.

I punti chiave del film

Punti chiave del film e libro “La mia vita da zucchina”  sono:

  • l’amicizia con gli altri bambini grazie alla quale Zucchina fa esperienza di condivisione, divertimento e consapevolezza
  • l’ espressione della sofferenza. I bambini fanno cose che possono apparire strane, in realtà sono espressioni delle esperienze trumatiche vissute: c’è la bimba africana che al sentire il motore di un auto avvicinarsi si affaccia e chiama mamma, Zucchina conserva con cura e gelosia una lattina di birra vuota, Simon non riesce ad aprire la lettera che arriva dalla sua famiglia, il tremore ripetitivo a tavola…
  • Ulteriore punto degno di nota è l’esperienza nuovissima di qualcuno che non solo ti guarda ma ti vede e vuole vedere te, qualcuno che ti accudisce con affetto e provvede ai tuoi bisogni:

         -Il bacio della buonanotte dell’educatrice;

      -Il poliziotto, che non ha mai smesso di andarlo a trovare…

-Il maestro che porta in gita sulla neve e fa il “ buffone” per divertire i bambini.

 

La mia vita da zucchina” contiene anche l’esperienza di tutela: il giudice prende decisioni nette nella tutela del bambino e sceglie la soluzione che ritiene più protettiva per il bambino stesso, anche se questo talvolta comporta l’allontanamento del bambino dal genitore.

Il richiamo alla realtà

“La mia vita da zucchina”, tratto dal romanzo di Gilles Paris, trasportato cinematograficamente dal regista francese Claude Barras, racconta con delicato realismo il dolore di un bambino, che teme di aver ucciso la propria mamma, che non ha più una famiglia che si prende cura di lui.

Il messaggio che il regista vuole trasmettere con questo film è raccontare senza retorica cosa significa il dolore di non avere più una famiglia, di non avere un posto nel mondo, di non appartenere a nessuno o di avere un posto ma in una famiglia maltrattante.

“La mia vita da zucchina” mostra anche la struttura delle case famiglie. Gestite da una giovane coppia, proprio per mantenere l’esperienza dei ruoli genitoriali, e da una figura apparentemente dura e autoritaria ma protettiva: la direttrice, forse un assistente sociale. Una casa che accoglie pochi bambini, sei i protagonisti della pellicola, proprio per ricreare l’ambiente familiare.

 

Ho apprezzato il disegno e la grafica: gli occhi grandi con i quali sono rappresentati i personaggi  richiamano bene il grande bisogno di questi bambini: essere visti non solo guardati.

La battuta che preferisco del film è:“ da oggi voi siete diventati miei figli e questa è casa nostra”.

Ciò che è stato prima non si cancella ma si integra in quello che c’è ora.

Andate a vedere questo film per godere di questo lieto finale ma soprattutto per capire la realtà di questi bambini e delle case famiglie, sono certa che coglierete messaggi utili ciascuno alla propria realtà famigliare perchè in fondo tutti cerchiamo soprattutto l’esperienza di amare ed essere amati.

 

Fonte: http://www.stateofmind.it

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